Reati tributari e correità del professionista


Non sono rari i casi in cui il consulente fiscale si trova nella posizione di co-indagato con i propri clienti.
Il professionista deve sempre tenere nella dovuta considerazione il rischio di superare i limiti oltre ai quali dalla posizione di “consulente” passa a quella di “correo” negli illeciti commessi dai clienti.
La vicenda in commento riguarda un articolato procedimento penale (Corte di Cassazione, ordinanza n. 26089/2020), con una pluralità di indagati per i reati tributari di cui agli artt. 3 (dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici) e 10-quater (indebita compensazione) D.Lgs. 74/2000, nell'ambito del quale veniva disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, di beni immobili, mobili registrati e disponibilità finanziarie per un rilevante importo corrispondente al profitto dei reati contestati, anche al consulente fiscale e commercialista di più società tutte riconducibili agli stessi indagati.
Dopo attività investigative svolte dalla Guardia di Finanza e dal consulente del PM, emergeva che le società avevano costituito un meccanismo fraudolento e che a seguito di perquisizioni si rivelavano inesistenti, nonostante avessero presentato dichiarazioni Iva con rilevanti crediti di imposta, rivelatisi privi di alcuna giustificazione nei successivi controlli. Inoltre, agli elevati volumi di attività dichiarata non corrispondevano proporzionati movimenti finanziari sui conti correnti bancari; gli ingenti volumi di acquisti indicati nelle dichiarazioni Iva non trovavano corrispondenza negli elenchi clienti e fornitori; i fornitori interpellati dichiaravano che gli importi delle forniture erano largamente inferiori rispetto a quelli riportati nelle dichiarazioni Iva; sussisteva un palese contrasto tra le immobilizzazioni materiali esposte in bilancio e l'assenza di strutture produttive.
Quanto alla posizione del commercialista, sia dalle dichiarazioni del co-indagato che da intercettazioni telefoniche, emergeva che il professionista (soggetto ricorrente) aveva “fornito un apprezzabile contributo al compimento delle attività illecite […] avendo provveduto all'invio telematico delle false dichiarazioni iva, apponendovi un visto di conformità di sicuro mendace, in quanto il professionista incaricato aveva omesso qualsivoglia controllo, non trattenendo peraltro copia della documentazione contabile”. Vale a dire che il commercialista non solo si era reso acquiescente alle condotte illecite dei clienti, ma addirittura vi aveva contribuito.
Poiché i fatti contestati risalgono a un periodo antecedente alla modifica dell'art. 3 D.Lgs. 74/2000 avvenuta nel 2015 (D.Lgs. 158/2015), che nella precedente formulazione prescriveva la “falsa rappresentazione delle scritture contabili” quale uno degli elementi costitutivi del reato, tra i motivi del ricorso il commercialista lamentava che il Tribunale non aveva tenuto in debita considerazione il menzionato aspetto, e che sarebbe stato necessario verificarne l'esistenza.
Da parte sua, la Suprema Corte ha fatto proprie le argomentazioni del giudice di prime cure, secondo cui il reato di “dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici” nella nuova formulazione si configurava nel caso in esame per “l'infedele asseverazione di dati”, senz'altro qualificabile come mezzo fraudolento idoneo ad ostacolare l'accertamento e a indurre in errore l'Amministrazione Finanziaria, “dopo che erano stati indicati nelle dichiarazioni Iva elementi attivi per un importo inferiore a quello reale ed elementi passivi fittizi”.
Pur riconducendo i fatti contestati alla precedente versione dell'art. 3, la rilevanza penale era innegabile, perché dichiarazioni fraudolente e indebite compensazioni “si fondavano tutte su una mendace esposizione dei dati economici nei bilanci e nelle scritture contabili delle società”. Il ricorso è stato rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.



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