Covid: alcuni chiarimenti sul concetto di fragilità


Il parametro dell’età, da solo, anche sulla base delle evidenze scientifiche più recenti, non costituisce un elemento sufficiente per definire uno stato di fragilità nei lavoratori: così ha chiarito una circolare dei Ministeri della Salute e del Lavoro.
Le recenti polemiche che hanno interessato il corpo docente alla vigilia della riapertura dell'anno scolastico hanno semplicemente consentito di riportare alla ribalta una problematica che in realtà, fin dall'inizio dell'emergenza Covid, ha interessato le istituzioni, i medici, le associazioni di categoria imprenditoriali e sindacali, i singoli lavoratori: e cioè, quando sussistono le “situazioni di particolare fragilitàche meritano una “particolare attenzione” che può spingersi fino alla dichiarazione di inidoneità al lavoro?
I Ministeri della Salute e del Lavoro hanno cercato di dare una risposta al quesito con la circolare congiunta 4.09.2020, n. 13, partendo da alcuni recenti dati di fatto epidemiologici: il rischio di contagio “non è significativamente differente nelle differenti fasce di età lavorative”; il 96% dei soggetti deceduti “presenta una o più comorbilità”; l'andamento crescente del tasso di mortalità con l'aumentare dell'età “è correlabile alla prevalenza maggiore” di altre patologie “nelle fasce più elevate dell'età lavorativa”.
Il concetto di fragilità va dunque individuato “in quelle condizioni dello stato di salute del lavoratore rispetto alle patologie preesistenti che potrebbero determinare, in caso di infezione, un esito più grave o infausto e può evolversi sulla base di nuove conoscenze scientifiche sia di tipo epidemiologico che di tipo clinico”. È per questo che il solo parametro dell'età, da solo, “non costituisce elemento sufficiente per definire uno stato di fragilità”; per altro, se così non fosse, non sarebbe necessaria alcuna valutazione medica per accertare quello che sarebbe, a quel punto e a tutti gli effetti, un automatismo.
Ne consegue che la “maggiore fragilità nelle fasce di età più elevata della popolazione va intesa congiuntamente alla presenza di comorbilità che possono integrare una condizione di maggior rischio”.
A ciascun lavoratore è in ogni caso, e ovviamente, garantito il diritto a richiedere una visita, allegando alla domanda la documentazione medica relativa alla patologia diagnosticata. Anche nelle ipotesi in cui “i datori di lavoro non siano tenuti alla nomina del medico competente per l'effettuazione della sorveglianza sanitaria, dovrà essere assicurata al lavoratore la possibilità di richiedere l'attivazione di adeguate misure sorveglianza sanitaria, in ragione dell'esposizione al rischio da SARS-CoV-2, in presenza di patologie con scarso compenso clinico”.
Il datore di lavoro, ai fini della valutazione della condizione di fragilità, dovrà fornire al medico “una dettagliata descrizione della mansione svolta e della postazione/ambiente di lavoro dove viene svolta l'attività, nonché informazioni relative al Documento di Valutazione del Rischio”.
Il medico esprimerà il giudizio di idoneità “fornendo indicazioni per l'adozione di soluzioni maggiormente cautelative per la salute del lavoratore per fronteggiare il rischio SARS-CoV-2, riservando il giudizio di non idoneità temporanea solo ai casi che non consentano soluzioni alternative”.
Resta ferma la necessità di “ripetere periodicamente la visita anche alla luce dell'andamento epidemiologico e dell'evoluzione delle conoscenze scientifiche in termini di prevenzione, diagnosi e cura”.
La circolare termina con un invito al rispetto delle norme anche in occasione delle visite mediche, che devono avvenire in ambienti ove sia possibile garantire “il distanziamento fisico, un sufficiente ricambio d'aria e un'adeguata igiene delle mani”.



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